Fertilizzare – 3. Per chi non si accontenta

Livello 3 – I fertilizzanti avanzati

Una strategia di fertilizzazione basata su fertilizzanti universali coadiuvati da aggiunta di prodotti a base di macro NPK dovrebbe essere più che sufficiente per la grande maggioranza delle nostre vasche, soprattutto se popolate con equilibrio.
Dove anche questo sistema mostra i suoi limiti è in vasche molto piantumate e/o con presenza di piante particolarmente esigenti.
Diamo per scontato che chi conduce una vasca di questo tipo non è un principiante quindi sa già bene come fertilizzare.

Lo scopo di questo articolo è quello di spiegare a grandi linee ai meno esperti quali sono le strategie e i prodotti in commercio.

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Fertilizzare – 2. Un passo avanti.

Livello 2 – I fertilizzanti con macro

La cronistoria della maggior parte di “prime vasche” è molto spesso questa: inizio con un buon numero di pesci variopinti e poche semplici piante. Molto spesso sono Anubias e Microsorum, le più semplici e adatte a tutti, piante a crescita lenta e poco esigenti. Il negoziante spesso ci fornisce anche un “livello 1” e tutto fila liscio per un po’. Poi compare qualche alghetta e un test dell’acqua rileva un’alta concentrazione di nitrati. Il negoziante, correttamente, ci consiglia l’introduzione di qualche pianta “anti alghe”, piante cosiddette “rapide” in grado di assorbire i nitrati. Le più facili, e quindi molto diffuse, sono la Lymnophila sessiliflora e la Hygrophila polysperma.
Ne introduciamo due-tre vasetti e aspettiamo.
Dopo 15 giorni tutto fila lisco: alghe diminuite, nitrati pure e piante in pieno sviluppo.
Dopo un altro mese … siamo d’accapo: alghe sulle Anubias e sugli arredi e piante rapide ingiallite e spente. Nuovi test rilevano i nitrati a zero!

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Fertilizzare – 1. Le basi.

Impariamo a fertilizzare

Un segnale che l’acquariofilia italiana sta (lentamente) evolvendo è il sempre crescente interesse nei confronti dei fertilizzanti specifici per acquario.
Fino a pochi anni fa questi prodotti erano esclusiva degli acquariofili più avanzati e appassionati soprattutto di plantacquari. L’appassionato medio non riteneva importante la presenza in vasca di piante vere. Tuttalpiù nell’acquario si potevano trovare piante cosiddette “facili” in grado di vivere con pochissime risorse sia in fatto di luce che di nutrienti.
Da qui la convinzione che i fertilizzanti in acquario fossero inutili se non addiruttura dannosi.
Finalmente sembra che molti appassionati si stiano rendendo conto dell’utilità di una densa piantumazione sia come grande ausilio per l’equilibrio biochimico della vasca, sia come affascinante scenario.

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Luce! – 2. La luce delle piante

La luce “vegetale”

Dopo aver visto la “luce umana“, vediamo quella vegetale.
Ovviamente non possiamo parlare di “vista” in senso stretto, ma anche i vegetali sfruttano la luce. L’uso più evidente e più noto è quello per la fotosintesi.

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Luce! – 1. La luce umana

luce in acquario.

Uno dei settori dell’acquariofilia dove forse c’è la maggiore confusione è senz’altro quello dell’illuminazione. Soprattutto con l’avvento delle ormai non più nuove tecnologie LED, il moltiplicarsi di sigle e unità di misura per la luce (PAR, CCT, CRI, lm/W, µmol/m2s) ha creato grande confusione tra i non addetti ai lavori (illuminotecnici). Vediamo di fare luce su questi concetti.

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Tecniche di avvio di un acquario, parte 2 – Come fare?

Metodi di avvio

Ogni attività umana ha un inizio, e ogni inizio è sempre un’incognita, soprattutto se è la prima volta che intraprendiamo questa attività.
L’avvio di un acquario non fa eccezione.

0. METODO AVVIO “EMOZIONALE” (MAE)
       ovvero: come non avviare una acquario

Prima di vedere i tre tipi di avvio canonici, proviamo a metteci nei panni di un neofita armato di passione ed entusiasmo e seguiamo l’ipotetica evoluzione della sua vasca.
Credo che molti di noi, indipendentemente dal livello attuale, abbiano iniziato più o meno così:

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Tecniche di avvio di un acquario, parte 1 – Il fondo

di Marino Varetto

Stiamo facendo partire un nuovo acquario, che bello!
La vasca è stata comprata e portata a casa, abbiamo scelto il fondo, le pietre, i legni e gli altri arredi (in gergo, l’hardscape), e anche tutto il materiale tecnico è pronto. E ora come procediamo? Quali tecniche di avvio esistono e quale ci conviene adottare?
Questo è il dilemma davanti il quale tutti più o meno ci troviamo quando allestiamo una nuova vasca. 

Sostanzialmente la scelta è tra tre metodi che vengono principalmente utilizzati: 

  • Partenza “classica”, con riempimento e piantumazione totale ed avvio di tutta la tecnica senza quasi alcuna esitazione;
  • Partenza “al buio”, che consiste nell’allestimento dell’hardscape (rocce e legni) alla quale segue una fase di buio totale lunga circa 30–40 giorni di maturazione in cui restano attivi solo il filtro ed il riscaldatore;
  • Metodo “DSM” (Dry Start Method), che consiste nell’allestire l’acquario, piante comprese, a secco o quasi, in atmosfera controllata.

Tutti e tre i metodi sono validi, collaudati e garantiscono il successo dell’avvio, e sono di semplice realizzazione. Ma perché scegliere uno piuttosto che un altro?

Come vedremo nella seconda parte di questo articolo, la scelta dipende dal tipo di progetto che abbiamo per il nostro nuovo acquario e da quanto si vorrà ottenere da esso per quanto riguarda la quantità e le specie di piante scelte. 

Prima di approfondire i particolari che contraddistinguono ognuno dei tre metodi possibili per l’allestimento, è però bene comprendere la tipologia di fondo che andremo ad utilizzare, che nel caso in cui si voglia ottenere il meglio dalla vegetazione dell’acquario, sarà una terra allofana aiutata, spesso, da una base di terriccio fertile stabilizzato.

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Acqua di rete o di osmosi?

Acqua di rete?

Come in tutti gli hobbies, anche in acquariofilia ci sono diverse scuole di pensiero che spesso vengono interpretate come vere e proprie religioni.
E, si sa, l’uomo sulla religione non transige!

Uno degli elementi che accendono le discussioni è l’elemento base di ogni acquario:

L’ACQUA!


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Start con ammoniaca

di Cristian Nazareno

PREMESSA

La chimica in un acquario gira intorno al ciclo dell’azoto, in breve: sostanze che devono venir trasformate in altre sostanze per permettere che la vita possa svilupparsi e mantenersi nel migliore dei modi.
Tale ciclo prevede che i batteri possano trasformare con efficienza alcuni composti in altri meno pericolosi per le forme di vita animali in acquario, come NH3 in NO2 e successivamente NO2 in NO3. Questi ultimi, seppur ancora considerati inquinanti, possono essere più facilmente tollerati e smaltiti secondo i modi già conosciuti.
Ma questi batteri come si formano in acquario? E quanti ne servono? E’ possibile calcolarli?

Nei decenni passati il sistema di maturazione di un acquario consisteva nell’allestire e popolare subito la vasca con l’inserimento di un “pesce pilota”. Questo animale, scelto perchè ritenuto particolarmente resistente, veniva usato per poter “sporcare” l’acqua e dare nutrimento ai batteri preposti alla trasformazione delle sostanze in modo che potessero moltiplicarsi e diventare quindi più efficienti.
Successivamente ci si è chiesto se si potesse evitare questo inserimento e nutrire i batteri in maniera alternativa, utilizzando magari delle piccole porzioni di mangime ottenendo quindi un risultato similare.

Da qui il famoso “mese di maturazione”, che non è altro che un periodo di tempo “relativamente sicuro” in cui si ritenere che un acquario abbia avuto sufficiente tempo per permettere a questi organismi di moltiplicarsi a dovere. Questo consente l’inserimento degli animali con la ragionevole certezza che gli inquinanti da essi prodotti possano essere rapidamente trasformati.
Un acquario appena allestito ha bisogno di un certo lasso di tempo (non precisamente definito) per poter produrre i primi inquinanti e sfamare l’appetito dei batteri, e un ulteriore lasso di tempo per poter permettere loro di trasformare questi inquinanti in altre sostanze e via dicendo.

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